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La Guerra Del Bottone

LA GUERRA DEL BOTTONE

Valeria Corciolani

Lo accarezzo con i polpastrelli.

Liscio, setoso, un po’ consumato forse, con quella sua scheggiatura resa morbida dal tempo, come una cicatrice, quell’anomalia a incrinare la perfezione e che me lo fa amare ancora di più.

È il mio Bottone.

Con la maiuscola, sì. E se la merita tutta.

Ce l’ho da quel febbraio di millemila anni fa. E, millemila anni fa, alle elementari di maestra ce n’era una sola e anche se era di quelle che mollava scappellotti se saltavi un quadretto sotto la linea delle addizioni, se ti faceva scrivere per cento volte “sono una capra fatta e finita”, se sbagliavi a elencare l’ordine esatto delle Alpi e se tutte le mattine entravi in classe con crampi alla pancia per la fifa, te la tenevi così com’era. Non proferivi verbo neppure durante il momento “creativo” delle ultime due ore del sabato (perché, sì, millemila anni fa si andava a scuola sei giorni su sette), ti limitavi a ingarbugliare con astio il filo dell’uncinetto, mentre lanciavi occhiate sature di invidia e desiderio alla creta e ai pennelli dei tuoi compagni maschi, ché, si sa, uomini messi a far la calza millemila anni fa non si poteva formulare neppure come pensiero.

E poi c’era la novità della biblioteca di classe, un piccolo armadio di legno con due ripiani: quello di sopra ospitava titoli intrigantissimi, tipo I pirati della Malesia, La vendetta dei Tughs, L’isola del tesoro, quello di sotto robe come La piccola Dorrit, Pattini d’argento, Enciclopedia della piccola massaia… Io già allora ero una che leggeva. Tanto. Tutto.

Per questo, quando quella mattina di febbraio la maestra mi ha messa davanti all’armadio, illustrando la nuova consuetudine di prendere un libro in prestito e poi farci un tema in classe, l’occhio mi è caduto sugli unici due titoli che ancora non avevo letto: La guerra dei bottoni e La piccola massaia.

Abituata a scegliere di pancia e senza discriminazioni, ovvio che la mia mano sia salita subito ad afferrare il primo, non pensando che in effetti si trovava sul ripiano sbagliato.

Ma sbagliato per chi?, direte voi.

Beh, per la mia maestra senz’altro, dato che mi ha artigliato il polso con quella sua mano carica di anelli e macchiata dall’età, per poi avvicinare la sua faccia a un millimetro dalla mia.

«Cosa ho appena detto? So-pra è per i ma-schi e sot-to per le fem-mi-ne», ha sibilato furibonda, strattonandomi il braccio a ogni sillaba, per inculcarmi al meglio il concetto, presumo. Che, devo ammettere, mi è giunto forte e chiaro, infatti ho mollato La guerra dei bottoni come se fosse stato radioattivo e ho agguantato un volume a caso tra quelli consentiti, per poi tumularmi nel mio banco, concentrata a non far tracimare il bolo di lacrime/rabbia/umiliazione che mi stava lievitando nell’esofago.

Insomma, già febbraio non è un mese che aiuti il buonumore (forse c’è giusto l’euforia del Carnevale, ma quella dura poco e il buonumore è un’altra cosa), se poi ti colano addosso certe mattinate e una volta tornata a casa ti trovi fra le mani una già stra-letta Piccola Dorrit, mentre avresti potuto immergerti in una storia nuova di pacca… Chiaro che le vibro-antenne materne captino cumulonembi da crisi e senza neppure troppo sforzo. E le mamme di millemila anni fa erano di quelle che ascoltavano e basta, guardandosi bene dal proferir giudizi e opinioni davanti ai figli in generale, sui loro insegnanti poi, men che meno. Ma sapevano anche consolare in quel modo pratico e spiccio che risolveva ogni cosa, nel mio caso spedendomi a giocare nel luogo capace di farmi star meglio quattro stagioni su quattro: in riva al mare.

Perché millemila anni fa, anche se avevi solo nove anni e giocavi con altri cinque marmocchi come te, bastava un nonno che si affacciava alla finestra ogni tanto a contarvi se c’eravate ancora tutti per trascorrere pomeriggi interi lungo il viale o sulla spiaggia.

Così, con i pantaloni di velluto a zampa arrotolati fino alle ginocchia per non bagnarli e le calze appallottolate dentro ai mocassini per non perderle, si perlustrava la riva come rabdomanti, alla ricerca dei regali portati dal mare, lì, dove le onde si spalmano sulla sabbia e, prima di tornare indietro, a volte lasciano i loro doni. Già, perché il mare, sotto tutto quel blu, tiene i milioni di cose che sono finite lì da quando è cominciato il mondo, poi ogni tanto ne sceglie qualcuna e decide di mandarla sulla terra. Tanta gente manco se ne accorge o pensa sia solo spazzatura invece ogni regalo del mare ha un suo messaggio preciso, indirizzato a chi lo trova, bisogna solo saperlo leggere.

E a me, quel pomeriggio di febbraio di millemila anni fa, il regalo è arrivato quando il sole stava già scomparendo dietro al promontorio per lasciare il posto alle ombre della sera, e la schiuma bianca mi ha posato sull’alluce raggrinzito dall’acqua e viola dal freddo lui: il Bottone.

Un bottone di madreperla, bianco e tondo come le vecchie cento lire, con due buchi per il filo e una piccola scheggiatura sul retro, a rendere unica la sua imperfetta perfezione.

L’ho raccolto, sfiorandolo con i polpastrelli umidi.

Un bottone.

Il messaggio del mare per una bambina di nove anni, tutta occhi e capelli, che sente ancora galleggiarle, da qualche parte vicino al petto, l’amarezza di quella mano artigliata al suo braccio a impedirle di scegliere, è un bottone.

Un bottone liscio e setoso, un po’ consumato forse, che la bambina mette in tasca prima di srotolare i pantaloni di velluto a zampa, infilarsi degli orrendi calzini a scacchi e i mocassini con la fibbia.

La stessa bambina tutta occhi e capelli che, tornata a casa, sulla scrivania della sua camera trova un pacchetto rettangolare con il nastro rosso a boccoli arricciati con le forbici. E millemila anni fa i regali li ricevevi solo per il compleanno, Natale e la Befana: considerando che la bambina gli anni li avrebbe compiuti in maggio, la faccenda si presentava ancora più singolare.

Per questo la bambina afferra il pacchetto come se tenesse fra le mani il Bambin Gesù, indecisa se aprirlo o meno. Poi prende un largo respiro, sfila il nastro e dalla carta emerge un libro: La guerra dei bottoni.

E lei corre in cucina dove la mamma, che sta tagliando la verdura, si volta mollandole il sorriso ineffabile di chi sa quanto a volte basti poco per illuminare anche quelle giornate che sembrano non zampillare euforia neppure se le spremi.

E stesa a pancia in giù sul tappeto, con il naso affondato tra le pagine che odorano di nuovo, la bambina infila la mano in tasca e le dita sfiorano il bottone.

E finalmente capisce.

Capisce il messaggio del mare. Che è che si può scegliere.

Sempre.

Capisce che scegliere è la prima, grande e vera forma di libertà.

E capisce che lei il tema lo scriverà su La guerra dei bottoni e non su La piccola Dorrit. Certo, la maestra si arrabbierà moltissimo e solo al pensiero lei sente le ginocchia farsi molli come gommapane dalla fifa, ma sa che lo farà comunque.

Dalla “scatola dei tesori” della bambina tutta occhi e capelli, con un cordino di cuoio fatto passare attraverso i buchi, il Bottone è diventato il ciondolo della ragazza con i ricci e gli occhi larghi che ha preferito una strada forse meno facile ma per lei più vera, e poi della donna col pancione e il passeggino che non ha rinunciato a essere chi voleva, e ancora di quella che scrive e dice ciò che ama scrivere e dire e serenamente invecchia, continuando ad accarezzare con le dita la meravigliosa libertà di poter scegliere.

Sempre.

Ora più che mai.

· · ·

Valeria Corciolani è nata e vive a Chiavari, dove lavora come

scrittrice e illustratrice. Tra i suoi libri Lacrime di coccodrillo (2010), Il

morso del ramarro (2014), la serie della colf e l’ispettore inaugurata nel

2017 con Acqua passata. Nel 2021 Con l’arte e con l’inganno ha

inaugurato una nuova serie per Nero Rizzoli.

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